1. L’enfasi che attualmente viene posta sul problema della comunicazione scientifica ha ragioni molto profonde: la scienza, infatti, è per sua natura una impresa intersoggettiva, pubblica, collaborativa e democratica (perlomeno in linea di principio). Lo scienziato moderno, infatti, non può non comunicare – innanzitutto ai suoi colleghi – i risultati delle sue ricerche, poiché, in ultima analisi, la scienza è un corpus di conoscenze socialmente condiviso e socialmente convalidato. Per il progresso della scienza conta soltanto il lavoro effettivamente compreso dagli altri scienziati e utilizzato hic et nunc. I risultati della ricerca, dunque, devono essere resi pubblici. Qualsiasi cosa gli scienziati pensino o dicano individualmente, le loro scoperte non possono essere considerate come appartenenti alla conoscenza scientifica finché non siano state riferite e registrate in modo permanente.
In epoca moderna la comunicazione scientifica si è sviluppata in maniera esponenziale per mezzo di istituzioni e tecniche adeguate: accademie, resoconti, riviste, libri; inoltre essa ha visto un prolificare immenso di queste nuove forme, innescando così una circolazione sempre più accelerata dei documenti piuttosto che dei ricercatori, invertendo un trend più che secolare nel quale erano soprattutto gli studiosi a raggiungere i luoghi nei quali erano depositate e archiviate le conoscenze.
Le attuali banche-dati scientifiche, spesso vere e proprie biblioteche ed emeroteche consultabili on line per via informatica, rappresentano l’ultima e più avanzata epressione di questo rovesciamento di rapporto per quanto riguarda la mobilità fra documento ed utente e, cosa ancora più decisiva, consentono una decisa e rilevante abbreviazione dei tempi della ricerca e della acculturazione scientifica diffusa. A partire dalla nascita delle accademie, quindi, la comunicazione in campo scientifico tenderà progressivamente ad assumere un aspetto fondamentalmente istituzionale che precede il processo stesso di produzione della conoscenze. Nei secoli, quindi, si è costituita una vera e propria una «sfera pubblica» sempre più larga della scienza e della tecnica diversa da quella più propriamente accademica e la stessa sperimentazione scientifica è diventata una pratica presente in istituzioni preposte particolarmente all’insegnamento e alla diffusione della conoscenza. L’allargamento della ‘platea’ interessata alla scienza ha raggiunto nel tempo sia i giovani, e sia, cosa inedita ed eccezionale nel passato premoderno, le donne.
Ciò ha comportato anche la crescita di una sorta di progressiva spettacolarizzazione della scienza per il vasto pubblico, che attualmente si realizza tramite i siti web, le trasmissioni televisive e radiofoniche, le riviste di divulgazione, i festival scientifici, i science center interattivi, i ‘caffè scientifici’, i progetti già in atto di ‘teatro scientifico’.
La scienza, inoltre, è nuova forma di sapere che ha prodotto anche uno straordinario ‘saper fare’, diventando perciò uno dei fondamenti dell’attuale nostra civiltà. L’apprendimento delle conoscenze scientifiche fanno quindi ‘blocco’ con una più evoluta forma di cittadinanza. Uno dei lasciti più rilevanti del Novecento, infatti, è la interconnessione sempre più forte fra scienza, tecnologia e decisione politica. L’apprendimento diffuso della scienza, quindi, costituisce una seconda fase della ‘alfabetizzazione’ dei cittadini, l’analogo di ciò che una volta era la possibilità del “saper leggere, scrivere e far di conto”. Oggi il “far di conto” non riguarda solo l’aritmetica elementare ma l’intero universo dei saperi scientifici. Dai problemi ambientali a quelli della bioetica, della salute e della malattia, delle nuove forme tecnologiche di lavoro, la consapevolezza scientifica diventa una necessità non eludibile.
Per il cittadino, per l’amministratore, per il decisore politico, diventa quindi importante avere luoghi di concentrazione elaborata di conoscenza scientifica di “secondo livello”, ovvero di luoghi dove le conoscenze scientifiche più disparate, disperse soprattutto sui siti web, vengano preventivamente analizzate, valutate, e raggruppate nematicamente. Ciò è tanto più utile per realtà – come quelle montane – in genere più distanti dai centri più tradizionalmente depositari di strutture di informazione e di ricerca – le città e le pianure.
2. Gli ipertesti che seguono sulla Flora, la Fauna e la Geologia delle montagne italiane hanno questo scopo primario: una raccolta – aperta a future implementazioni e a futuri aggiornamenti – delle diverse informazioni scientifiche in rete su questi tre grandi comparti della Natura, che proprio nelle nostre realtà montane trovano esaltanti “depositi culturali” di grande momento, spesso poco noti, che è bene vengano conosciuti e valorizzati in maniera sempre più ampia. Essi vogliono rappresentare tre grandi mappe per un viaggio intellettuale – ma con grandi risvolti pratici, educativi e perfino politici – in un mondo che troppo sbrigativamente si dà per “arretrato”.
Questi ipertesti, quindi, come nuovi strumenti per favorire il coordinamento della conoscenza e del governo della montagna. In grado anche di fornire un apporto conoscitivo e progettuale ai piccoli Comuni italiani montani non in grado di rispondere singolarmente alle esigenze emergenti dai nuovi processi di globalizzazione. In particolare essi vogliono contribuire a superare il divario tecnologico-informatico territoriale, allo scopo di garantire condizioni di effettiva democraticità e pari opportunità di applicazione dei livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale. |