LA FLORA DELLE PRATERIE ALPINE

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Il limite superiore della vegetazione ad arbusti nani segna il passaggio alle praterie alpine.
A queste quote il paesaggio vegetale è caratterizzato quasi esclusivamente da piante erbacee, anche se alcuni arbusti a spalliera, come i salici nani, possono spingersi ancora più in alto. Le praterie alpine sono costituite da tipi di vegetazione piuttosto stabili ed evoluti e da comunità pioniere, limitate nel loro sviluppo dal severo clima d'altitudine.
Alpino è il termine usato in ecologia per indicare gli elementi viventi e non viventi che si trovano al di sopra del limite di crescita delle piante legnose, concetto questo che è valido ed esteso a tutti i rilievi montuosi terrestri. Si parla così di paesaggio alpino, di clima alpino, di fauna alpina e, naturalmente, di flora e vegetazione alpine. La fascia altitudinale che comprende questa vegetazione è detta alpica. Tutto ciò che è specificamente relativo alla catena delle Alpi è invece aggettivato con il termine alpiano.
La prateria è, nell'ambiente alpino, il tipo di vegetazione più complesso che le condizioni eco-climatiche permettono.
La lunga persistenza del manto nevoso, la brevità dell'estate alpina, le temperature rigide e il vento impediscono di fatto la crescita di piante legnose, anche di piccola taglia, e solo le specie erbacee, perenni e dotate della capacità di rinnovare annualmente fusti e foglie, si possono adattare a queste condizioni. È questa la fisionomia tipica delle piante emicriptofite, la forma biologica che, non a caso, è la più rappresentata nella flora alpina, con valori che aumentano dal 50% al 70% procedendo in quota.
Anche nelle praterie alpine il ruolo primario rimane appannaggio delle erbe graminoidi (Graminacee e Ciperacee, più raramente Juncacee), che ne determinano la fisionomia generale.
Si tratta di piante organizzate in cespi o ciuffi, che tendono col tempo a confluire e a riunirsi fra loro, in grado di produrre anche lunghi ricacci, che ne permettono l'espansione in superficie, così da occupare ogni spazio disponibile e formare una cotica erbosa continua (zolle chiuse).
Se in apparenza queste comunità vegetali possono apparire tutte uguali, in realtà sono riconoscibili diversi tipi, che si distribuiscono in funzione delle caratteristiche del suolo e di fattori ecologici e climatici.
L'intervento antropico ha contribuito a determinare il quadro attuale. Il bisogno di erba da destinare al bestiame d'alpeggio ha sempre spinto gli allevatori non solo a far pascolare gli animali sulle praterie naturali d'altitudine, modificandone quindi le caratteristiche, ma anche a creare nuovi pascoli a quote inferiori, mediante la rimozione della copertura arborea e/o arbustiva. Ne deriva che oggi praterie naturali, seminaturali e secondarie sono fra loro intercalate e con transizioni graduali.
Nella fascia alpica i suoli sono generalmente poco profondi. Conseguentemente, l'influenza della composizione chimica del substrato roccioso è notevole, non solo per le associazioni pioniere, ma anche per le associazioni più stabili e strutturate quali sono le praterie.
Proprio nell'ambiente alpico furono descritte per la prima volta le differenze fra la vegetazione calcicola (o calcifila o basifila, cioè amante di suoli basici ricchi di calcio, derivanti da rocce calcareo-dolomitiche) e la vegetazione silicicola (o calcifuga o acidofila, cioè amante di suoli acidi poveri di calcio, derivanti da rocce silicee), una distinzione valida anche per le singole specie.
Non solo le associazioni vegetali che crescono su questi due tipi di substrati possiedono un numero molto limitato di specie in comune, ma sono noti anche numerosi casi di vicarianza edafica, cioè l'esistenza di due specie molto simili e strettamente imparentate, che vegetano su suoli con caratteristiche chimiche opposte e che quindi tendono ad escludersi a vicenda (ad esempio, il rododendro ferrugineo, silicicola, e il rododendro irsuto, calcicola).
Tuttavia, questa distinzione è approssimativa. Infatti, il legame di una specie ad un certa composizione chimica del suolo non è quasi mai il risultato di una preferenza assoluta, ma piuttosto una sorta di risposta modulata dal complesso di tutti i fattori ambientali a cui la pianta è soggetta.
Ogni organismo vivente, infatti, mostra sensibilità diverse ai vari fattori limitanti, cosicché uno o più di essi possono assumere importanza cruciale nel condizionarne la distribuzione. Così, se per le piante strettamente legate ad un tipo di terreno è evidente che il chimismo della roccia e/o il pH del suolo rappresentano gli elementi più decisivi, per quelle che vivono indifferentemente su ogni tipo di substrato i fattori più limitanti sono sicuramente di altra natura (clima, presenza di acqua nel suolo, ecc.). Inoltre, non sono rari esempi di compensazione, per cui, se cresciuta in un contesto ecologico o climatico diverso, una specie può anche adattarsi ad un altro tipo di substrato. In altre parole è come se il ricevere maggiori benefici, per esempio, da un clima più favorevole o da una minore competitività con altre specie, possa indurre una pianta a tollerare anche suoli meno vicini alle sue preferenze ecologiche. In definitiva, la "scelta" dell'habitat da parte di una specie si fonda su di un complicato gioco di equilibri, convenienze e compromessi.



LE PRATERIE CALCIFILE

L'azione di consolidamento delle pietraie calcareo-dolomitiche al di sotto delle pareti rocciose, operata dalla vegetazione, porta in genere alla formazione di una cotica erbosa discontinua formata da zolle aperte in forma di piccoli tappeti o festoni che, pur mantenendo ancora una fisionomia da comunità pioniera, può essere considerata come una forma primitiva di prateria.
Il vero artefice di questa fase dinamica è probabilmente il camedrio (Dryas octopetala), i cui rami legnosi tappezzanti imbrigliano le pietre e creano piccole isole di vegetazione, nelle quali specie più esigenti sostituiscono progressivamente quelle pioniere.
L'espansione graduale di questi piccoli popolamenti, la loro confluenza graduale fino alla formazione di una pseudo-prateria sono tuttavia possibili soltanto su detriti non eccessivamente grossolani né troppo mobili.
Il firmeto è il tipo di prateria che si sviluppa direttamente dalla stabilizzazione dei ghiaioni calcarei nell'ambito strettamente alpino, a quote raramente inferiori ai 2000 metri, e fino a 3000 metri.
Il firmeto è contraddistinto dalla presenza dei cuscinetti molto compatti della carice rigida (Carex firma), una specie dalle capacità pioniere appena inferiori a quelle del camedrio, ma altrettanto resistente al vento e al gelo e riconoscibile per le foglie rigide e coriacee disposte in dense rosette. Strettamente calcicola, la carice rigida richiede il diretto contatto delle radici con la roccia e vegeta quindi su suoli molto grezzi e a bassissimo contenuto di humus.
Il firmeto è largamente rappresentato sui rilievi calcarei dell'alta Valtellina, dove ospita molte specie caratteristiche.
È una miscela di specie, alcune delle quali già presenti nelle fasi pioniere (Salix reticulata, S. retusa, Dryas octopetala, Saxifraga caesia, S. moschata, Silene acaulis subsp. longiscapa) ed altre, invece, che vi giungono in fasi successive (Astragalus australis, Anthyllis vulneraria subsp. alpestris, Minuartia verna, Draba aizoides, Gentiana clusii, Helianthemum oelandicum, Crepis jacquinii, Festuca quadriflora).
Pur dotato di buona resistenza agli agenti atmosferici avversi, il firmeto arretra, tuttavia, nelle stazioni più esposte e ventose, in cui si riduce notevolmente la protezione data della neve invernale. Qui può essere sostituito da piccoli appezzamenti a Carex rupestris, su substrati rocciosi (esempi significativi in Valle del Braulio), oppure dall'elineto, nelle località a suolo più evoluto.
L'elineto è l'associazione a Elyna myosuroides, specie di origine siberiana, resistentissima al gelo invernale e adattabile a valori variabili di pH, da debolemente basici a decisamente acidi. Richiede un suolo ben umificato, ma con persistenza di carbonati, e quindi s'instaura solo successivamente all'azione delle comunità pioniere. È un tipo di prateria che ha forti affinità ecologiche con la brughiera ad azalea nana, ma si insedia su substrati più maturi e a quote mediamente superiori, su valichi, creste, dorsali, crinali.
Anche l'elineto è ben rappresentato sui monti calcarei dell'Alta Valtellina, della Valmalenco, della Val San Giacomo. Inoltre, è stato osservato sui substrati ofiolitici in Valmalenco, sebbene qui risulti meno tipico e più povero di specie.
Normalmente, il suo corteggio floristico è ricco, potendo ospitare specie basifile e acidofile in varia dominanza secondo il valore di pH del suolo. Alcune di esse sono specie rare e interessanti, come Dianthus glacialis, la popolare stella alpina (Leontopodium alpinum) e la minuscola orchidacea Chamaeorchis alpina. Oltre a queste vi crescono Arenaria ciliata, Draba siliquosa, Oxytropis halleri, Ligusticum mutellinoides, Genzianella tenella, Saussurea alpina, Trisetum spicatum, Carex parviflora.
Sui substrati calcarei, l'unica che per estensione, struttura e complessità può essere considerata una vera prateria è il seslerieto-sempervireto.
Il nome deriva dalla coppia di specie caratteristiche che si spartiscono il ruolo di dominanti: Sesleria varia e Carex sempervirens. La prima è prettamente calcicola, la seconda indifferente, tanto da ritrovarsi comunemente anche nelle praterie acidofile.
Anche il loro ruolo è leggermente diverso: alla prima, capace di propagarsi con lunghi e sottili ricacci, è destinato un ruolo dinamico di espansione della cotica, mentre la seconda, con grossi ricacci riuniti in densi cespi, assume più una funzione stabilizzatrice, di efficace copertura del terreno.
Meno resistente alle basse temperature, il seslerieto si insedia in località poco ripide o quasi pianeggianti, meglio protette dal manto nevoso invernale, soleggiate e sufficientemente ricche d'acqua. Sovente si spinge fino a quote relativamente basse, mescolandosi alle pinete meno compatte. Per la sua rigogliosità e la ricchezza floristica rappresenta la classica prateria pascolata delle montagne calcaree. In provincia di Sondrio il seslerieto è presente in tutta l'alta Valtellina e in corrispondenza degli altri limitati affioramenti calcarei.
Soprattutto a inizio estate, il seslerieto offre un suggestivo campionario di fioriture, che lo rende un vero giardino naturale. Molte delle specie che vi fanno parte non sono strettamente calcicole e possono essere presenti anche nelle praterie acidofile: Oxytropis campestris, O. lapponica, Astragalus alpinus, Biscutella laevigata, Minuartia verna, Potentilla crantzii, Viola calcarata, Polygala alpestris, Helianthemum nummularium subsp. grandiflorum, Gentiana verna, G. nivalis, G. ciliata, Primula farinosa, Acinos alpinus, Horminum pyrenaicum, Pedicularis verticillata, Rhinanthus antiquus, Thesium alpinum, Plantago atrata, Scabiosa lucida, Aster alpinus, Senecio doronicum, S. abrotanifolius, Hieracium villosum, Cirsium acaule, Nigritella rubra.
Sui pendii più freschi, umidi e lungamente innevati, il seslerieto lascia spazio a lembi di prateria a Carex ferruginea, con erbe più folte e lussureggianti, quali Hedysarum hedysaroides e il raro Astagalus frigidus.



LE PRATERIE ACIDOFILE

Il curvuleto è la prateria acidofila di origine naturale più largamente rappresentata nella catena alpina, che secondo l'efficace descrizione di Braun-Blanquet "come un'immensa pelle di montone, uniformemente bruno-giallastra, avvolge i declivi dolci, le rocce montonate e le spalle arrotondate delle montagne piallate dai ghiacciai quaternari".
Questo aspetto deriva dall'assoluta dominanza, nella cotica erbosa, della carice ricurva (Carex curvula), una specie esclusiva delle catene montuose dell'Europa meridionale, le cui foglie sottili, parassitate da un fungo (Chlatrospora elynae), si disseccano e arricciano in punta: la prateria assume così una caratteristica colorazione bruno-ocracea anche durante l'estate. Si tratta comunque di una parassitosi che non determina la morte delle piante.
Il curvuleto si insedia sulle grandi spianate e sulle dolci dorsali che caratterizzano la morfologia delle catene montuose silicee intorno ai 2500-2700 m di quota, risultato del modellamento dei ghiacciai quaternari.
Il curvuleto è una vera prateria d'altitudine, che si forma su suoli relativamente profondi, ricchi di humus e a pH acido, protetti da un innevamento invernale prolungato, ma non eccessivo (4-5 mesi di terreno libero), e con un contenuto idrico sufficiente a contrastare il disseccamento estivo operato dal vento.
Il curvuleto è presente nelle sue forme più tipiche su tutti i massicci silicei della provincia di Sondrio e soprattutto sulle Alpi Retiche a quote elevate, che offrono ampi spazi al suo insediamento.
È invece molto poco rappresentato sulle Alpi Orobie, dove mancano le condizioni ottimali per il suo sviluppo. Infatti, a 2500-2600 m di quota spesso ci sono già pareti rocciose o pendii detritici e, pertanto, lembi limitati di curvuleto si rinvengono solo in alcune piccole spianate in prossimità dei crinali e dei valichi o sulle rocce montonate sotto i circhi glaciali.
Molte fioriture, specialmente a inizio estate, ravvivano il colore brunastro della cotica erbosa del curvuleto.
Nel curvuleto più classico si osservano comunemente Pulsatilla vernalis, Androsace obtusifolia, Primula integrifolia, P. daonensis (solo tra il Bormiese e le Orobie orientali), Veronica bellidioides, Pedicularis kerneri, Euphrasia minima, Phyteuma globulariaefolium, Leontodon helveticus, Antennaria dioica, Senecio carniolicus, Hieracium glanduliferum, Juncus trifidus, Luzula lutea, L. spicata, Agrostis rupestris, Avena versicolor, Oreochloa disticha.
Questa prateria si compenetra con tutte le altre forme di vegetazione alpina. Una maggiore disponibilità idrica, ad esempio dovuta ad un innevamento più prolungato, determina forme di transizione verso i terreni nivali (igrocurvuleti), come si può osservare al Passo Gavia (dove diviene abbondante la Primula glutinosa). Al contrario, nelle stazioni esposte al vento, aumentano i licheni, che determinano una somiglianza del curvuleto con l'elineto o con la brughiera ad azalea nana.
Sui pendii ben esposti e soleggiati il curvuleto viene sostituito da altri due tipi di prateria non sempre esclusivi della fascia alpica, dato che scendono frequentemente a quote inferiori: il festuceto a Festuca halleri e il festuceto a Festuca scabriculmis subsp. luedii.
Il festuceto a Festuca halleri è stato descritto come caratteristico delle Alpi interne a clima continentale e raggiunge, nella sua forma più tipica, anche il settore dell'alta Valtellina, mentre con forme limitate e un po' anomale è presente anche nell'alta Val San Giacomo e in Valmalenco.

Questo festuceto è una prateria rigogliosa, ben irrorata dalle acque superficiali e arricchita di ottime specie foraggiere, così da costituire un pascolo di notevole valore.
La rinomanza dei pascoli dello Stelvio si deve appunto alla grande estensione di questa prateria nell'alta Valle del Braulio, dove è ben sviluppata sul versante destro idrografico fino a oltre la Quarta Cantoniera. Vi fanno parte diverse graminacee (Phleum alpinum, Anthoxanthum alpinum, Avena versicolor, Poa alpina, Agrostis alpina), composite (Hieracium alpicola, H. glaciale, H. auricula, Crepis aurea, Arnica montana), rosacee (Geum montanum, Potentilla aurea), leguminose (Trifolium alpinum).
Sulla catena orobica e in tutto il restante territorio retico è invece largamente diffuso il festuceto a Festuca scabriculmis subsp. luedii, erba ispida e glaucescente conosciuta in provincia di Sondrio con i nomi dialettali di 'vìsega' o 'cèra'.
Questo festuceto è un'associazione confinata al margine meridionale delle Alpi ed è tipica dei pendii ripidi e assolati, caldi e aridi. Sui versanti molto inclinati i grandi cespi di festuca sono disposti in file più o meno allineate, che determinano una classica struttura a balze o gradinate. I cespi coprono il suolo in modo uniforme, ma non sempre completamente, in conseguenza anche del disturbo operato dal bestiame al pascolo. Il suolo è acidificato e ricco di humus.
Sebbene di scarso valore foraggiero, questa prateria è stata da sempre oggetto di interesse da parte dell'uomo, che vi conduceva il bestiame al pascolo (soprattutto nei tratti meno ripidi) o vi operava lo sfalcio, in particolare nei punti di maggiore rigoglio (fieno selvaggio).



I PASCOLI ALPINI

Pascolo è un termine con due significati: può indicare l'azione di brucatura delle piante da parte degli erbivori o un prato soggetto a tale azione. Da un punto di vista floristico e vegetazionale è più importante il secondo significato, tenendo però conto che è proprio la brucatura a determinare l'assetto dell'area pascolata.
Si può definire pascolo una superficie erbosa naturale o artificiale, soggetta alla selezione floristica, al calpestio del suolo e all'arricchimento di nutrienti, contenuti nello sterco, indotti dal bestiame che vi pascola. Altri effetti, perlopiù negativi, derivano anche dallo scalzo meccanico e dalla rottura della cotica, visibili ad esempio in certi aspetti di 'sentieramento' nelle superfici più inclinate, che possono innescare processi di erosione e smottamento.

Sebbene quasi tutte le praterie naturali presenti oltre il limite del bosco siano state soggette a pascolamento (con effetti più o meno evidenti a seconda del carico di bestiame esercitato su di esse), le superfici che più richiamano alla mente il concetto di pascolo sono quelle di origine secondaria, cioè quelle ricavate nella fascia boreale con il disboscamento e che si osservano alle quote degli alpeggi.
Infatti, i pascoli d'altitudine come i curvuleti e i firmeti non offrono grande quantità di materiale di buon valore foraggiero, mentre a quote inferiori la cotica erbosa può ospitare specie più rigogliose e che, nelle posizioni più favorevoli, possono giungere anche da ambiti vegetazionali inferiori. Seslerieti e festuceti in particolare sono già degli ottimi pascoli naturali, ma la necessità di alimentare grandi quantità di animali d'allevamento ha portato l'uomo a creare nuove superfici, ricavandole dai luoghi più vicini agli insediamenti (alpeggi), più facili da raggiungere.
Il nardeto è il tipo di pascolo alpino più comune sulle Alpi e anche in provincia di Sondrio. Normalmente è di origine seminaturale o del tutto artificiale e deriva da una trasformazione più o meno notevole della cotica erbosa, indotta dal carico di bestiame.
Il nome prende origine dalla specie che vi predomina cioè il nardo o cervino (Nardus stricta), graminacea dall'aspetto insignificante, ma ispida e dotata di cespi molto compatti, la cui espansione progressiva tende a lasciare poco spazio alle altre erbe.
Questa specie è priva di valore foraggiero ed è infatti inappetita dal bestiame, che preferisce altre erbe; inoltre il nardo sopporta molto bene il calpestio e il compattamento del terreno, la forte acifìdicazione del substrato ed anche condizioni, seppure temporanee, di saturazione idrica del suolo. Un prolungato ed eccessivo carico di bestiame determina così la scomparsa delle specie più sensibili alla brucatura, di quelle meno tolleranti al costipamento del suolo e, per contro, l'estensione notevole e improduttiva del nardo, che può portare col tempo a una completa inutilizzazione
dell'area come pascolo.
Solo l'arresto di questa attività per molto tempo può innescare un processo migliorativo delle condizioni generali del suolo, anche se spesso, proprio perché ottenuti in ambiti vegetazionali di competenza degli alberi e degli arbusti, i nardeti tendono, con l'abbandono, a venire riconquistati da piccoli arbusti (il brugo, i mirtilli, il ginepro nano, il rododendro, l'uva orsina) e quindi a perdere le loro prerogative di prateria. E' questo lo stato attuale in cui versano molti nardeti anche in provincia di Sondrio: superfici brulle e quasi monospecifiche a nardo, che risalgono i declivi meno ripidi fino a quote considerevoli (soprattutto sui versanti ben esposti) o formazioni miste erbaceo-arbustive o anche con piccoli alberelli, che rappresentano uno stadio dinamico di ricostituzione del bosco.
In situazioni di sfruttamento razionale del pascolo, invece, il nardeto è una prateria ricca e colorata, che offre ospitalità a numerose specie, mescolando utili e pregiate foraggiere a semplici erbe dalle fioriture vivaci.
Vi si rinvengono graminacee (Poa alpina, Festuca nigrescens, Phleum alpinum, Danthonia decumbens, Agrostis alpina), leguminose (Trifolium alpinum, Lotus alpinus), composite (Hypochoeris uniflora, Hieracium auricula, Leontodon helveticus, Arnica montana, Antennaria dioica, Crepis aurea) e molte altre (Potentilla aurea, Gentiana punctata, G. kochiana, Geum montanum, Ajuga pyramidalis, Stachys pradica, Galium anisophyllum, Campanula barbata, Phyteuma betonicifolium, P. hemisphaericum, Luzula sudetica, Leucorchis albida, Gymnadenia conopsea, Carex pallescens, Botrychium lunaria).


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