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Il “Vulcano di Grantola” |
Nel Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e né monti che li circondano (Milano, 1794) l’abate Carlo Amoretti (1741-1816) ricorda per primo la controversia tra il barnabita milanese Ermenegildo Pini (1739-1825) e il giovane naturalista francese Louis Benjamin Fleuriau de Bellevue (1761-1852) sul cosiddetto «vulcano di Grantola». Tale disputa, sviluppatasi a partire dal 1790, non solo coinvolgeva l’annosa e controversa questione inerente alla litogenesi di basalti, graniti e porfidi, fondamentale nel ricomporre l’esatta sequenza cronostratigrafica relativa alla formazione della crosta terrestre, ma si spingeva ben oltre interessando l’intero dibattito tra “nettunisti” e “vulcanisti”. |
Come scrive Amoretti, «ivi ha rimpetto, fra Grantola al basso e Cunardo in alto, vari colli o cumuli rotondicci, rossigni e quasi nudi, che da taluno vennero riputati avanzi di vulcano estinto, su di che lunga questione nacque tra il sig. Fleurian de Bellevue e il nostro prof. Cav. Pini. Il primo, dalla figura, dal colore, dalla quantità del sasso, e dal nome stesso di uno d’essi, che chiamasi Monte bruciato, argomentò che que’ monticelli fossero opera del fuoco; tanto più che il sasso rossiccio ha sovente delle cavità e de’ bucolici, anche talora allungati, simili a quelli che il fuoco nelle lave produce […] ha de’ grandissimi massi dall’alto al basso, d’un impasto vitreo nero e di facil fusione, che egli chiamò lava vitrea […]. Ma Pini non persuaso da queste ragioni, non vedendo ivi né decise lave, né pomici, né ceneri, amò meglio chiamare quel sasso nero vetrino porfido vitreo, che lava […] e tutto attribuire all’azione dell’acqua anziché del fuoco». (Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e né monti che li circondano, terza edizione, Milano, 1806, pp. 134-135). |
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Poiché anche il celebre geologo francese Déodat de Dolomieu (1750-1801) chiamato a risolvere la questione nel 1797, non si era chiaramente espresso (sebbene fosse sembrato più favorevole a Fleuriau che a Pini), Amoretti preferì restare neutrale, pur segnalando che se per Fleuriau “il vulcano aveva il cratere presso Fabiasco”, in realtà “chi ha osservato che fra Mesenzana e Cassano presso Pienate incontrasi i medesimi sassi, e ancor più cavernosi e pieni di bolle, potrà, qualora ammeter si voglia un vulcano, sospettare che avesse il cratere suo in Valtravaglia, anziché in Valgana”. Nel corso dei primi decenni dell’Ottocento gli argomenti «nettunisti» di Pini avrebbero perso rapidamente consenso fino ad essere completamente abbandonati, ma nel 1807 essi erano ancora sostenuti dal medico e naturalista Giuseppe Gautieri (1769-1833) che, dopo aver visitato il comprensorio di Grantola, Cunardo e Fabiasco, dava alle stampe nel medesimo anno un opuscolo dal titolo Confutazione della opinione di alcuni mineraloghi sulla vulcaneità dei monticelli collocati tra Grantola e Cunardo nel Dipartimento del Lario (Milano, 1807). |
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Monte di Castelvecchio (621 m.s.l.d.m., vista da Fabiasco), sui versanti del quale Fleuriau riteneva si fosse aperto, verso Fabiasco, il cratere vulcanico |